O’SCIA’ LAMPEDUSA

1Non sarà una semplice avventura, ma non ci metto molto a farmi convincere ad iscrivermi alla prima edizione della “Lampedusa Curri”, un semitrail a tappe di tre giorni (…pane per i miei piedi ) fuori dal mondo, e quattro mesi dopo io e Nicoletta prendiamo il volo. Sono un po’ agitata e confusa ( è la prima volta che viaggio senza mio marito) ma non lo dico: non voglio fare la vecchina piagnona! L’aereo è pieno e non si sente parlare d’altro che di corse, chilometri e tempi per cui l’approccio diventa immediato. Persa nel Mediterraneo appare l’isola con i suoi dieci chilometri e mezzo di lunghezza per neanche quattro, è l’ultimo avamposto d’Italia e d’Europa che dista circa centottanta chilometri dalla Sicilia e ottanta dalla Tunisia. E’quasi Africa ormai. Approfittiamo del tempo libero per un’escursione con le nostre due amiche di Adria già lì da giorni e che ci ospiteranno, e raggiungiamo insieme la “Porta d’Europa”, il monumento intitolato a tutti quei poveri disperati che arrivano dal mare vivi o morti. Dalla scogliera un pescatore ci indica 2la sagoma lontana di una barca all’orizzonte , mentre una motovedetta della Guardia costiera si sta già muovendo per andarle incontro. Ci parla con voce sommessa, con rispetto, di là dal porto Vecchio giacciono ammassati tristi barconi. E’ ora del primo ritrovo e ci facciamo scorrazzare al faro di Capo Grecale con un vecchio fuoristrada , sconquassato dalle vie impervie e rocciose dell’isola; infatti fuori dal centro abitato di circa seimila abitanti concentrato nella parte orientale , l’asfalto è praticamente inesistente . La manifestazione è a numero chiuso per un massimo di centocinquanta partecipanti ed è stata fortemente sostenuta da Morandi e Baglioni per promuovere l’interesse verso questa meravigliosa isola lasciata ad un dramma che non è solo lampedusano e neanche solo italiano. Siamo tutti pronti davanti al gonfiabile, dietro di noi svetta il grande faro che 3domina sull’intenso blu del mare e sulle radure che digradano e poi risalgono aspre e selvagge ; profumi di origano e timo fiorito e il vento che soffia tiepido e costante. Sono le 19:00 e si parte e tra le varie maglie colorate che sfilano ne spiccano orgogliosamente due con i colori dell’Avis tagliolese! Il clima è perfetto e io mi spingo sui saliscendi con una carica non mia, e affiancata da un cane randagio che si fa tutto il giro porto ben a termine il mio compito, seguita poco dopo da Nicoletta. Il secondo appuntamento, il mattino dopo, è alla Forestale all’altro capo dell’isola in un lembo di macchia mediterranea dove si corre tra bassi pini marittimi, carrubi ,alte agave e giganteschi fichi d’India, su un percorso altalenante , sterrato e roccioso, che si alterna a zone steppose e arse . Ero un po’ in ansia per il mio stomaco perché a colazione mi ero fatta corrompere per un secondo giro di paste straripanti di crema al pistacchio e invece fuggo e arrivo al traguardo soddisfatta e leggera, inseguita da Morandi e un altro amico a quattro zampe senza padrone . Qua il randagismo è diffuso ma non sembra pesare , i cani sono un po’ di tutti e rispecchiano l’indole docile7 e discreta degli abitanti. Nicoletta arriva così carica che decidiamo di raggiungere il centro di corsa, sotto un sole accecante e il sale del vento marino negli occhi. Tra gli amici d’avventura che ci passano in auto salutando veniamo raggiunte anche da una troupe televisiva regionale che ci riprende facendoci un paio di domande . La sera ci confondiamo tra i turisti che assiepano le bancherelle dei negozi aperti e i ristoranti per le vie del centro, cedendo volentieri ad arancini , cous cous e melanzane speziate ; su una panchina giovani africani salutano e parlano con alcuni del luogo, mentre su di un’altra dorme indisturbato un cane , una ciotola d’acqua vicino. La terza ed ultima tappa parte festosamente dal centro e di sicuro non c’è nessuno a casa, ovunque troviamo gente che ci incita e ci sostiene . Corriamo per le vie e lungo il porto Nuovo tra pareti di rosse buganvillee, scendiamo nella piccola spiaggia di Cala Francese e affrontiamo un’improvvisa impennata per salire sugli scogli , tra cielo e mare . Continuiamo sull’asfalto nei pressi dell’aeroporto , sulle nostre 6teste gli aerei che arrivano o partono, e poi finalmente l’ultimo strappo per essere accolti trionfalmente nella piazza di via Roma, mentre lo speaker annuncia tutti i nomi in ordine d’arrivo e la fine delle nostre fatiche , tra mille foto e scambi di numeri. E io sono veramente felice del mio 6’ posto in classifica! Sulla porta della chiesa incontriamo per caso Pietro Bartolo, sembra uno qualsiasi che si guarda la manifestazione all’ombra e invece è il medico di Lampedusa, che dal 1992 si occupa delle visite e assistenze mediche di tutti i migranti che approdano all’isola. Li ha visti tutti , sia i vivi che i morti… E’ il protagonista di sé stesso nel film-documentario “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi, che lo scorso febbraio ha vinto l’Orso d’Oro” al festival di Berlino. Con tono discreto e umile ci accenna alle difficoltà e le afflizioni che costellano la sua missione , non chiede elemosina, non ha bisogno di aiuto medico, dice, ce la fa anche da solo, il suo desiderio è di non dover più vedere tutta quella sofferenza e tutti quei morti….i bambini poi! I bambini ti strappano il cuore, aggiunge passandosi una mano sugli occhi. Stanotte é arrivata 9una barca malandata con tre ragazzi stremati , ci dice ancora, li hanno salvati in tempo. Mentre ci parla ha una chiamata al cellulare , ci chiede scusa per l’interruzione ma deve andare, hanno bisogno di lui… Abbiamo la medaglia al collo e ancora indosso i pantaloncini corti, ma entriamo lo stesso in chiesa per una preghiera. Il tempo di arrivare all’appartamento per un fugace preparativo e siamo già in viaggio alla scoperta di altri scorci di questo paradiso ; Nicoletta freme per andare alla famosa spiaggia dei Conigli dove, in un angolo protetto, le tartarughe vanno a nidificare . Lasciata la macchina sulla strada ( a proposito, qui nessuno chiude a chiave ), scendiamo lungo il selciato che serpeggia tra i profumi intensi e indescrivibili di arbusti e larghi cespugli di capperi in fiore, fino a quando ai nostri occhi compare la sabbia color avorio della spiaggia lambita da un’acqua azzurro chiaro e trasparente che sfuma nello smeraldo… ci sblocchiamo dal momento di stupore e andiamo a tuffarci !. Nel frattempo arriva uno dei cani podisti e si sdraia pacifico sotto il nostro ombrellone ; pranzo a sacco con cous cous , riposino e ce ne andiamo, allargando il ritorno per 5una tappa sulle alte scogliere nella parte nord –occidentale dove regnano l’urlo del vento e le strida di innumerevoli gabbiani . Mimetizzati nel contesto appaiono in lontananza alcuni dammusi, tipiche case in pietra basse e piatte , disseminate qua e là , le cui tenute sono limitate da bassi muretti a secco . E’ sabato sera, ci aspetta la cena collettiva con tutti i partecipanti che sarà seguita da un fantastico concerto del duo Morandi –Baglioni, al quale partecipo ben in simbiosi con le mie pazze amiche cantando a squarciagola….. Allegria che sfuma il mattino seguente e mentre trasciniamo le nostre valigie ci fermiamo nel bar-pasticceria per un vassoietto di pasticcini alla4 mandorla e pistacchio, il ragazzo alla cassa spiega il suo sorriso solare e ci offre le due paste al cioccolato che avevamo aggiunto augurandoci buon viaggio.
Il termine O’Scià, usato esclusivamente a Lampedusa, non è un semplice saluto , ma un’espressione d’affetto scambiata tra famigliari e che ora ha acquisito un significato più esteso , contiene un grande senso di rispetto, umanità e accoglienza per chiunque si fermi qui. O’Scià Lampedusa.

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