| |
Molti
podisti quando corrono avvertono una fastidiosa, fino anche
ad essere avvertita come un vero dolore, fitta al fianco.
Molti attribuiscono questo problema ad una sofferenza al fegato,
tanto che alcuni podisti ricorrono a specifiche terapie ma
nonostante ciò il problema non passa. Il dolore al
fianco destro che affligge in pratica solo i podisti, soprattutto
i principianti e quelli che hanno iniziato da poco a correre,
dipende di solito da uno stiramento dei legamenti che sostngono
il fegato dal diaframma (il muscolo respiratorio addominale).
Il "male" che si percepisce sul fianco destro può
essere causato dai sobbalzi verticali che si hanno durante
la corsa (i ciclisti e gli sciatori di fondo non avvisano
questo problema, se non marginalmente), ed in seguito a queste
sollecitazioni i legamenti sono stirati. Ciò può
provocare un'irritazione, ma soprattutto una piccola occlusione
dell'arteria epatica che passa vicino al legamento rotondo,
tanto che al fegato arriva meno sangue.
Il fastidio scompare, o si attenua molto, quando si riduce
il ritmo di corsa (e quindi il fegato richiede meno sangue),
ed anche quando si evita di correre in discesa (ed in questo
caso si riducono notevolmente le sollecitazioni verticali).
Una cura specifica sembra non esserci, se non il rafforzamento
dei muscoli addominali (che così contengono e supportano
con più efficacia gli organi del ventre) e l'assunzione
di farmaci ad effetto antispasmo da assumere anche in corsa,
quando il fastidio compare.
In altre occasioni la fitta al fianco destro si manifesta
in seguito ad uno sforzo molto intenso, tale da determinare
un'elevata richiesta di glicogeno, ed un organo ricco di tale
sostanza è proprio il fegato. In questo caso, per ridurre
al minimo la comparsa di tale fastidio, è indicato
evitare di fare sforzi molto intensi, soprattutto in gara,
quando c'è la tendenza a partire veloci per trovarsi
in testa al gruppo.
Se la fitta al fianco destra di manifesta nelle prime settimane
da quando si è iniziato a correre, il problema è
causato da una mancanza di adattamento sia del fegato a fornire
glicogeno al sangue, sia al legamento epatico di sopportare
le sollecitazioni verticali. Solitamente il fastidio si attenua
e scompare entro un mese dall'inizio dell'attività
podistica.
Per percorrere un chilometro di corsa, un podista allenato
(che quindi ha un corretto stile) spende circa una chilocaloria
per ogni chilogrammo di peso. In una maratona (42,195 chilometri)
un podista di 70 chilogrammi spende quindi 2940 kcal. Se il
suo stile di corsa non è però ottimale ed efficiente,
la spesa energetica può aumentare considerevolmente.
Oltre allo stile un altro fattore che influenza la spesa energetica
è appunto il peso corporeo. Essere magri è quindi
un'esigenza fondamentale per il podista. Un corridore che
pesa 75 chilogrammi, al termine della maratona, spende 200
calorie in più di chi ne pesa 70. Ecco quindi che il
controllo del proprio peso corporeo è un aspetto altrettanto
importante quanto l'allenamento. Una riduzione ponderale di
5 chilogrammi consente, grazie alla minor spesa energetica,
un miglioramento del tempo
di maratona di 8,5 minuti. Il calo del peso corporeo deve
però essere relativo solamente alla perdita del tessuto
adiposo. Il consumo dei grassi è massimo quando si
corre a ritmo lento, in pratica ad un'intensità corrispondente
al 70% circa della frequenza cardiaca massima. Quando l'impegno
di corsa è così contenuto, la durata della seduta
può essere quindi particolarmente lunga. Per gli atleti
già ben allenati, una seduta di corsa lenta può
durare anche più di 2 ore, mentre i podisti che corrono
da poco dovrebbero correre almeno 30 minuti. Recenti studi
hanno evidenziato che, nei corridori poco allenati, l'utilizzo
a scopo energetico degli acidi grassi non inizia prima dei
40 minuti. Nei podisti avvezzi alla corsa invece, il metabolismo
energetico dei lipidi si attiva già dopo una decina
di minuti di corsa.
In ogni caso, nella fase iniziale dell'allenamento, anche
se si corre piano, l'organismo attinge le energie dal metabolismo
dei carboidrati in quanto essi richiedono, per essere "bruciati",
la metà dell'ossigeno che serve invece per i grassi.
Con l'aumento dell'andatura di corsa, il costo energetico
cambia, ma non di molto. Un maratoneta che corre la maratona
in 2:10 spende un po' più di energie rispetto ad un
collega che la termina invece in 3:30. Da un punto di vista
metabolico, a fare la differenza tra i due atleti è
soprattutto il tipo di energie impiegate.
Il maratoneta più veloce utilizza una miscela energetica
composta per quasi il 90% dal glicogeno e solo il 10% dagli
acidi grassi. Il maratoneta che completa la gara in 3:30 brucia
invece una miscela energetica composta per il 77% dagli zuccheri
ed il 23% dai grassi. Chi la maratona la termina in 5 ore,
utilizza una miscela energetica composta dal 70% da glicogeno
e dal 30% di acidi grassi.
Nelle gare più corte (dai 10km alla mezza maratona)
nelle quali si tiene un ritmo abbastanza veloce, la spesa
energetica proviene quasi completamente dalla combustione
del glicogeno. Negli allenamenti veloci (ripetute, corto veloce,
interval training, ecc.), si bruciano quindi pochissimi grassi,
ed il calo del perso corporeo, per altro molto contenuto,
è prevalentemente dovuto alla perdita di liquidi.
Se si vuol dimagrire, riducendo quindi la parte del tessuto
adiposo, si deve correre a ritmo lento, ed a questa bassa
intensità si possono quindi percorrere parecchi chilometri.
Gli allenamenti di lunga durata determinano un consumo di
grassi anche dopo che si è terminata la seduta. Questa
"anomalia" energetica è dovuta alla stimolazione,
probabilmente per un interessamento ormonale, di particolari
cellule (gli adipociti bruni) che sono i depositi degli acidi
grassi.
|
|